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Cosa succede quando una sceneggiatrice, regista, professionista della comunicazione e viaggiatrice decide di raccontare il lato più oscuro dell’animo umano?

Nasce “Il creatore di alibi”, il romanzo d’esordio di Sara Croci, pubblicato da Minerva Edizioni, un thriller psicologico che accompagna il lettore in un territorio scomodo e affascinante, dove il confine tra vittima e carnefice si fa sempre più sottile e dove ogni personaggio è chiamato a confrontarsi con le proprie fragilità, i propri segreti e i propri alibi. Come racconta l’autrice, l’alibi diventa infatti una metafora della lotta interiore che accomuna tutti i protagonisti, impegnati a comprendere se stessi e le proprie contraddizioni.

Sara Croci e “Il creatore di alibi”, il thriller psicologico che esplora la zona grigia tra bene e maleSara Croci e “Il creatore di alibi”

Dietro questo romanzo c’è un percorso professionale costruito tra cinema, scrittura, comunicazione e viaggi, esperienze apparentemente diverse ma unite da un elemento comune: il bisogno di raccontare storie e osservare il mondo da prospettive differenti. Per Sara Croci, infatti, il viaggio rappresenta un continuo confronto con ciò che è diverso e una fonte inesauribile di ispirazione narrativa.

In questa intervista abbiamo parlato del suo debutto nella narrativa, del fascino ambiguo del true crime, della costruzione psicologica dei personaggi, del rapporto tra trauma e identità e di quella zona grigia che spesso preferiamo ignorare, ma che la letteratura ha il coraggio di esplorare. Perché forse la domanda più interessante non è chi siano i colpevoli, ma quanti alibi costruiamo ogni giorno per spiegare noi stessi e gli altri.


Il tuo percorso professionale è ricco di esperienze diverse: comunicazione, cinema, regia, sceneggiatura, viaggi e ora un romanzo. Se dovessi individuare il filo rosso che unisce tutte queste passioni, quale sarebbe?

Credo che il filo rosso sia sempre stato il bisogno di raccontare. Cambia il mezzo, ma non cambia la curiosità di conoscere, ascoltare e trasformare quello che vivo in storie.

Hai vissuto in città molto diverse tra loro, da Milano a New York, passando per Bologna e Poggiridenti. Quanto i luoghi che hai abitato hanno influenzato il tuo modo di osservare le persone e, di conseguenza, di scrivere?

Vivere in luoghi così diversi ha sicuramente ampliato il mio modo di vedere il mondo, mi ha permesso di conoscere dinamiche sociali molto diverse e di osservare la realtà da punti di vista distinti. Penso che questa apertura abbia inevitabilmente influenzato anche il mio modo di scrivere.

Sei conosciuta anche nel mondo dei viaggi e fai parte della community delle Travel Blogger Italiane. C’è qualcosa che il viaggio ti ha insegnato sulla natura umana che nessun libro o corso universitario avrebbe potuto trasmetterti?

Sicuramente il viaggio mi ha insegnato a confrontarmi con ciò che è diverso da me. Più che chiudersi nel proprio mondo, penso che uno scrittore debba avere la curiosità di attraversarne molti, perché è da questo confronto che possono nascere idee.

Dopo anni dedicati alla comunicazione, al cinema e alla scrittura per il web, hai deciso di debuttare nella narrativa con “Il creatore di alibi”, pubblicato da Minerva Edizioni. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa storia non poteva più restare soltanto un’idea?

Sì e ricordo bene quel momento. Avevo condiviso l’idea con un mio professore, senza sapere ancora se potesse diventare qualcosa di più e lui ci ha visto del potenziale per un romanzo. A quel punto, ho iniziato a vedere quell’idea non più come un semplice spunto, ma come una storia che meritava di essere sviluppata.

Sara Croci e “Il creatore di alibi”, il thriller psicologico che esplora la zona grigia tra bene e malePerché hai scelto proprio l’editoria? In un periodo in cui molti autori preferiscono autopubblicarsi o raccontare storie attraverso podcast, serie o social, cosa ti ha convinta che un romanzo fosse il mezzo giusto?

Avevo valutato anche l’autopubblicazione, ma quando la casa editrice Minerva ha mostrato interesse per il progetto, ho pensato che fosse la strada giusta per me. Credo molto nel confronto e nel lavoro di squadra. Affidarmi a una casa editrice seria mi ha permesso di avere accanto professionisti con competenze diverse dalle mie e di affrontare questo percorso con maggiore consapevolezza.

Il titolo, Il creatore di alibi, incuriosisce immediatamente. Gli alibi servono a nascondere la verità, ma spesso raccontano molto anche di chi li costruisce. Cosa rappresenta davvero Edoardo?

Il “creatore di alibi” rappresenta la professione segreta di Edoardo, ma ha anche un significato più profondo.  L’alibi diventa una metafora della lotta interiore che attraversano tutti i personaggi, soprattutto Edoardo. Ognuno di loro è alla ricerca di un alibi, di un modo per comprendersi e fare i conti con le proprie pulsioni, fragilità e segreti.

Il protagonista conduce una doppia vita: di giorno lavora in un esclusivo club, di notte crea alibi perfetti. Da dove nasce questo personaggio? Ti sei ispirata a qualcuno che hai conosciuto o è il risultato della tua immaginazione? 

Diciamo che nasce da un insieme di persone ed esperienze che ho incontrato nel corso della mia vita. Collaborando con avvocati penalisti, spesso mi capita di entrare in contatto con storie molto forti, che alimentano il mio immaginario.

Nel romanzo il confine tra vittima e carnefice diventa sempre più sottile. È una scelta narrativa oppure pensi davvero che nella vita reale il bene e il male siano molto meno netti di quanto ci piaccia credere?

Potendo osservare storie reali da vicino, sono convinta che il confine tra il bene e il male sia molto più sfumato di quanto ci piaccia pensare ed è proprio questa zona grigia che mi interessava esplorare nel romanzo. C’è un passaggio di Amanda nel libro che rispecchia pienamente il mio punto di vista: “Non voglio deresponsabilizzarli. Ci sono un mucchio di persone che hanno avuto un’infanzia di merda, ma non hanno ucciso nessuno e conducono una vita normale, però penso che sia troppo facile definirli mostri, perché permette di creare una distanza tra noi e loro. Se è un mostro, non c’è niente di umano in lui, non è simile a me. Invece è umano, è come noi e anche noi, se portati al limite, magari avremmo scelto in modo sbagliato. Quindi sì, è una scelta, ma sarebbe stupido non domandarsi che cosa si sarebbe potuto fare per evitare che una persona arrivasse a prendere quella decisione. La famiglia lo ha amato abbastanza? La scuola gli ha dato gli strumenti di cui aveva bisogno? I coetanei hanno influito sulla sua rabbia, attraverso il bullismo? Lo stato gli ha offerto un’adeguata assistenza psicologica?”

Amanda entra nella vita di Edoardo attraverso un podcast crime. Come mai hai scelto proprio un podcast come elemento centrale della storia? È una riflessione sul nostro modo contemporaneo di consumare le storie o c’è un significato più profondo?

Il podcast nasce innanzitutto dalla mia volontà di rendere la storia transmediale, un po’ come il mio percorso, che attraversa linguaggi diversi. Inoltre, mi ha permesso di creare un duplice livello narrativo, che unisce le vicende dei protagonisti, all’analisi di crimini reali, che fungono da specchio alla storia.

Oggi il true crime è ovunque: podcast, documentari, serie TV. Secondo te stiamo cercando di capire il male o stiamo semplicemente imparando a intrattenerci con esso?

Non penso ci sia una risposta netta. Dipende molto dagli occhi di chi guarda e dall’uso che si fa di questi strumenti.  Personalmente sono convinta che il true crime possa essere utile per riflettere sul male, sui meccanismi che lo generano, ma può anche diventare qualcosa di improprio. I processi sommari che vengono fatti sui social network intorno alle vicende di cronaca nera ne sono la prova. Ma questa morbosità c’è sempre stata, anche prima del true crime e dei media digitali. Basti pensare alla folla che nel 1989 si radunò fuori dal carcere per l’esecuzione di Ted Bundy: persone che cantavano, bevevano e festeggiavano la morte di un uomo. Un uomo che aveva commesso crimini efferati, ma pur sempre un essere umano. Quanto è diverso il desiderio di assistere e godere della morte di qualcuno, dalla mentalità di un serial killer?

Nei tuoi personaggi emergono traumi, silenzi familiari e fragilità emotive. Quanto tempo hai dedicato alla costruzione del loro profilo psicologico? Hai lavorato più da sceneggiatrice o da romanziera?

Per me, creare personaggi che non siano superficiali è una delle parti più importanti della scrittura. La profondità psicologica li rende credibili. Per questo, prima di iniziare a scrivere, che si tratti di una sceneggiatura o di un romanzo, preparo sempre delle vere e proprie schede dei personaggi, in cui ricostruisco la loro intera vita, le esperienze che li hanno formati e tutto ciò che li porta a comportarsi in un determinato modo all’interno della storia.

C’è un personaggio che hai fatto più fatica a scrivere perché ti metteva davanti a qualcosa di tuo?

Amanda, sicuramente. Rispetto a Edoardo, che ha una personalità più prorompente e una psicologia che emerge in modo evidente, Amanda è un personaggio più sfumato e le sue fragilità emergono poco alla volta, spesso nascondendosi tra le righe. La sua empatia, una delle sue più grandi qualità si trasforma in condanna e in questo mi riconosco profondamente.

Ogni autore, anche inconsapevolmente, lascia tracce autobiografiche nelle proprie opere. Nel tuo romanzo esiste una scena, un dialogo o un’emozione che appartiene realmente a Sara Croci?

C’è sempre qualcosa di mio nei personaggi che scrivo. A Edoardo, per esempio ho prestato la mia fobia delle vene. Però, è in Amanda che ho lasciato emergere una parte più personale. Ci sono alcuni passaggi che la riguardano che faccio un po’ fatica a rileggere.

Hai mai avuto paura che qualcuno potesse riconoscersi nei tuoi personaggi?

Si, perché i miei personaggi sono costruiti mettendo insieme esperienze e caratteristiche di persone che ho incontrato, ma nessuno di loro è riconducibile a una persona precisa, sono sempre il risultato di elementi diversi che ho rielaborato attraverso la fantasia. Più che avere paura, quindi, ho sempre cercato di creare personaggi credibili senza trasformarli nel ritratto di qualcuno.

Scrivere di traumi significa inevitabilmente entrarci dentro. Ti è mai capitato di interrompere la scrittura perché una scena era emotivamente troppo difficile da affrontare?

Si, soprattutto quando scrivo scene che toccano vissuti che sento particolarmente vicini.

C’è stato un momento in cui hai provato empatia per Edoardo, anche quando il lettore probabilmente avrebbe dovuto condannarlo?

Ho provato spesso empatia per Edoardo, soprattutto nel cercare di capire cosa lo abbia portato a diventare quello che è.

Hai scritto e diretto cortometraggi. Quando lavori a un romanzo, continui a “vedere” le scene come se fossero girate da una macchina da presa?

Moltissimo e mi fa particolarmente piacere aver ricevuto diversi feedback da parte di lettori che dicono di aver avuto la sensazione di vedere la storia scorrere davanti agli occhi mentre leggevano.

Se un produttore ti proponesse oggi di trasformare Il creatore di alibi in una serie TV, quale sarebbe la prima cosa che pretenderesti di non modificare?

Come tutti gli scrittori, sono molto gelosa di quello che scrivo. Però, durante il percorso in Accademia, ho imparato quanto sia importante il confronto. Lavorare con altre persone e guardare la storia da altri punti di vista può farla funzionare meglio. Sicuramente, non vorrei che la dinamica sentimentale venisse romanticizzata troppo e vorrei che restassero le contraddizioni e gli aspetti più scomodi dei protagonisti.

Ti occupi di viaggi da molti anni. Viaggiare significa spesso raccontare il mondo. Scrivere un thriller psicologico, invece, significa raccontare ciò che abbiamo dentro. Quale delle due cose ti mette più a nudo?

Viaggiando racconto quello che vedo e che vivo. Scrivere una storia, anche se di fantasia, è una cosa molto più intima. Allo stesso tempo, però, le due cose sono strettamente legate, perché il viaggio alimenta ciò che poi racconto.

Da lettrice, quale autore o autrice ti ha insegnato che una storia può anche disturbare il lettore senza necessariamente offrirgli una risposta?

Angelica di Arthur Phillips mi ha insegnato che non è necessario offrire una verità definitiva al lettore. Phillips racconta gli stessi eventi attraverso quattro punti di vista differenti. Cambiando narratore, cambia completamente la percezione di ciò che è accaduto ed è proprio questo che trovo disturbante ma affascinante. Il libro affronta temi come la maternità, la paura, la colpa e la sessualità, senza mai consegnarci una risposta rassicurante. Non ci dice chi ha ragione o quale sia la verità da accettare, ma ci costringe a convivere con l’incertezza. A volte, una storia è più potente quando non ci dice quale sia la verità, ma ci obbliga a chiederci se una verità assoluta esista davvero.

Una domanda un po’ scomoda. Nel libro parli di persone che costruiscono alibi per sopravvivere alle proprie ferite. Pensi che, in fondo, tutti noi ci raccontiamo una versione leggermente romanzata della nostra vita?

Penso che noi siamo il frutto di quello che abbiamo vissuto e tendiamo a dare al nostro passato la responsabilità di quello che siamo oggi: le nostre paure, le insicurezze, i difetti e credo che, in una certa misura, sia giusto così. Però, il lavoro più grande che possiamo fare su noi stessi è non lasciare che il passato ci autodetermini, conoscerci e migliorarci.

Hai mai costruito un alibi emotivo? Non necessariamente una bugia, ma una giustificazione per evitare di affrontare qualcosa che faceva male.

Sì, è un meccanismo di difesa che mettiamo in atto tutti suppongo. Secondo la mia esperienza, la terapia è il percorso migliore per andare oltre questi schemi.

Se dovessi togliere tutte le maschere ai tuoi personaggi, quale pensi che sarebbe la loro paura più grande? E qual è, invece, quella di Sara Croci?

La paura più grande dei miei personaggi sarebbe dover fare i conti con loro stessi e con il loro bisogno di essere amati. La mia è perdere le persone che amo. In fondo, sono due paure che si incontrano.

C’è una domanda che speravi ti venisse fatta durante il tour di presentazione del libro e che, invece, nessuno ti ha ancora rivolto ? 

Mi sarebbe piaciuto approfondire l’uso del colore all’interno del romanzo, in particolare della contrapposizione tra il rosso e il blu. Sono due colori che ritornano nella storia e rappresentano due dimensioni opposte, in continua lotta nei protagonisti: il rosso rappresenta la passione e il potere, ma anche il pericolo e l’aggressività, mentre il blu la norma e la razionalità.

Dopo aver letto Il creatore di alibi, quale dubbio o quale domanda vorresti che rimanesse nella mente dei lettori una volta chiuso il libro? 

Mi piacerebbe che restassero più domande che risposte. Vorrei che il lettore si interrogasse sul concetto di responsabilità, sull’influenza del contesto in cui cresciamo e sul bisogno umano di trovare alibi per spiegare noi stessi e gli altri. Se il libro continua a lavorare nella mente del lettore anche dopo la fine, allora ha raggiunto il suo obbiettivo.

Sara Croci e “Il creatore di alibi”, il thriller psicologico che esplora la zona grigia tra bene e male

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