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Non cambiare discorso

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C’è chi considera il viaggio un’uscita momentanea dalla solita routine e chi, invece, ne ha fatto la propria bussola di vita. Diana Bancale, ideatrice del celebre blog In Viaggio da Sola, appartiene indubbiamente alla seconda categoria. Con la sua energia autentica e la sua capacità di raccontare il mondo senza filtri, Diana è diventata negli anni un punto di riferimento fondamentale per chiunque sogni di esplorare nuove mete in totale autonomia.

Intervista a Diana Bancale di “In viaggio da sola”

Dai primi passi lontana da casa fino alle sfide dell’imprenditoria digitale, passando per retroscena meno romantici, incontri speciali e il significato più profondo della solitudine, Diana si è messa a nudo in questa chiacchierata speciale per The Lost Stregatta.

Un’intervista intima, professionale e ricca di spunti di riflessione, dedicata a chi vuole trovare il coraggio di uscire dalla propria comfort zone o semplicemente a chi ama lasciarsi ispirare da storie di libertà e indipendenza.

Buona lettura


Intervista esclusiva a Diana Bancale: viaggi, libertà e il coraggio di vivere secondo le proprie regole

Partiamo dall’inizio. Ti ricordi il momento esatto in cui hai capito che viaggiare da sola non sarebbe stato solo un modo di partire, ma uno stile di vita?

In un certo senso lo ho sempre saputo, nel senso che l’indipendenza mi ha accompagnata un po’ in tutte le fasi della mia vita. Il momento che però mi ha dato il segnale di quello che sarebbe stato il mio futuro stile di vita è stato quel treno per Parma, a 18 anni, da sola, per andare a vivere fuori casa lontana km e km dalla mia famiglia e dagli amici. Quello è stato il primo lunghissimo grande viaggio da sola che mi ha svoltato la vita.

“In Viaggio da Sola” è diventato uno dei punti di riferimento in Italia per chi sogna di partire in autonomia. Se dovessi raccontare il tuo progetto a chi non ti conosce in tre parole, quali sceglieresti e perché?

“Consigli (per) viaggiatrici solitarie”. Lo spirito del mio blog era ed è quello di condividere la mia passione, non così usuale, con altre persone con un desiderio simile. In realtà poi parlo spesso anche ad un pubblico più ampio di persone di tutti i generi che non hanno mai provato ma vorrebbero provare a viaggiare da sole. O anche chi non ha nessuna intenzione di provare ma è curioso di leggere i miei racconti di viaggio.

Hai trasformato una passione in un lavoro. Qual è stata la sfida più grande nel passare dall’essere una viaggiatrice all’essere anche un’imprenditrice digitale?

Sicuramente la prima e più ovvia sfida è stata quella di trovare una quadra con i guadagni del blog, che, ci tengo a evidenziarlo, non sono affatto immediati. Una volta trovato un equilibrio economico, una grande sfida è per me quella di riuscire a separare il viaggio di piacere dal lavoro. Molto spesso infatti anche se sono in vacanza ho la fortissima tentazione di documentare tutto, magari in diretta, a discapito del mio relax e tempo libero.

Molte persone pensano che viaggiare da soli significhi essere soli. Tu, invece, cosa hai scoperto sulla solitudine viaggiando?

Io credo di aver imparato di più dai miei anni di viaggi in solitaria che da quelli di università e master. E quello che ho capito è che esattamente l’opposto di quanto si può credere. Ho scoperto che la solitudine può essere un peso o un regalo a seconda del proprio stato d’animo e che anch’essa è preziosa e ti aiuta a conoscerti moltissimo. E poi soprattutto le volte in cui viaggio sola sono quelle in cui spesso sono meno sola e faccio più amicizia di quando invece sono magari in coppia o in gruppo.

C’è stato un viaggio che ti ha cambiata profondamente? Quello dopo il quale hai capito che non saresti più tornata la stessa?

Ad ogni viaggio mi sento come un personaggio di un videogioco che acquisisce nuove skills, quindi è come se fosse una continua evoluzione. Sono sempre io però, solo con maggiore sensibilità, consapevolezza e apertura verso il mondo. Non c’è solo un viaggio che potrei indicare ma ogni singola partenza ha fatto sì che io sia quella che sono ora.

I social mostrano spesso il lato più bello dei viaggi. Qual è invece la parte meno romantica che il pubblico vede raramente?

Per me la parte delle mille foto per ottenere lo scatto perfetto, specialmente nei luoghi molto turistici, magari facendo la fila. Io in quei casi di solito faccio qualche scatto e basta, il resto lo racconterò con le parole.

Hai visitato tantissimi Paesi. Esiste una destinazione che continui a sentire “casa”, anche se casa non è?

Miami, dove ho studiato inglese dopo la laurea in un college per 6 mesi. Forse il periodo più divertente della mia vita. Ci sono tornata una decina di volte ed ogni volta sento una connessione fortissima con questa città.

Se dovessi scegliere un solo viaggio da rifare identico, senza cambiare nulla, quale sarebbe?

Australia, l’ultimo che ho fatto. Senza l’ansia di vedere tutto e scegliendo le cose che mi piacevano veramente.

C’è invece un viaggio che oggi organizzeresti in modo completamente diverso?

Molti, soprattutto quelli che facevo all’inizio con pochissima preparazione. Adesso che sono più grande e attenta, mi preparerei un po’ meglio.

Hai mai pensato: “Questa volta forse ho esagerato”? Raccontaci un momento in cui hai davvero avuto paura.

Sul momento è raro che io abbia paura però pensando ad alcuni episodi in seguito o magari raccontandoli mi rendo conto che a volte faccio cose che molti non farebbero. Non tanto per episodi pericolosi ma più che altro sfacchinate epiche, trasferimenti lunghissimi e scomodi, viaggi notturni…

Quegli episodi però sono allo stesso tempo ciò che ricordo con maggiore intensità.

Intervista escusiva a Diana Bancale di "Inviaggiosasola"Viaggiare da sola viene spesso visto come un gesto di grande coraggio. Tu ti senti una persona coraggiosa o semplicemente molto curiosa?

Io mi sento molto coraggiosa e incredibilmente curiosa di tutto ciò che mi circonda e che non conosco.

Dopo tanti anni in viaggio, cosa ti emoziona ancora come il primo giorno?

Quel momento in cui l’aereo atterra in un posto che non ho ancora mai visto e io sono sola, pronta a partire alla scoperta. Mi vengono sempre le lacrime agli occhi.

Hai imparato più dai luoghi che hai visitato o dalle persone che hai incontrato lungo la strada?

Tutto fa parte del bagaglio di conoscenza che ho appreso dai viaggi. 

Esiste un pregiudizio sul viaggio in solitaria che ti piacerebbe vedere sparire una volta per tutte?

Per fortuna mi sembra ce ne siano sempre meno. Quello che però mi piace ribadire è che nella maggior parte dei casi (o almeno nel mio) viaggiare da soli non è un ripiego ma una scelta ben voluta e consapevole. Ci sono viaggi per esempio che molti amici, fidanzato o follower vorrebbero fare con me che però io voglio assolutamente fare da sola.

C’è una domanda che ricevi continuamente e alla quale ormai rispondi quasi automaticamente?

“Ma chi te le fa le foto se viaggi da sola”? Il cavalletto, un passante, il telefono su un muretto, una persona conosciuta in viaggio, faccio un selfie o chi è con me in viaggio, perché anche se amo viaggiare da sola non viaggio SEMPRE da sola, e soprattutto spesso faccio amicizia.

Il tuo lavoro ti porta spesso lontano da casa. Come riesci a trovare un equilibrio tra la voglia di partire e il bisogno, ogni tanto, di fermarti?

Ci sono periodi in cui sono veramente una trottola impazzita, magari perché si accavallano progetti e viaggi di lavoro e altri molto più tranquilli. Quando ho poche partenze in vista cerco di godermi la mia vita e routine a Tenerife, facendo tante cose che mi piacciono. Se poi mi stanco di stare ferma, semplicemente compro un biglietto aereo, fosse anche per una fuga di un dine settimana.

Se potessi invitare i lettori a uscire dalla loro comfort zone con un solo consiglio, quale sarebbe?

Per migliorare bisogna passare attraverso la scomodità. Spesso è sgradevole ma quando lo fai, dopo ti senti davvero un leone. E vale per tutti gli ambiti della vita.

Domanda un po’ più personale. Viaggiare da sola ti ha resa più selettiva anche nei rapporti umani? Dopo aver imparato a stare così bene con te stessa, è diventato più difficile trovare qualcuno con cui scegliere davvero di condividere il viaggio?

Sì, soprattutto a livello di amicizie e persone con cui passo il tempo libero. Viaggiare mi da ogni volta così tanti stimoli e mi lascia così tanta ricchezza che non amo regalare il tempo a persone che non mi stimolino o lascino qualcosa di buono.

Ti è mai capitato di vivere una storia d’amore nata durante un viaggio che avrebbe meritato un finale diverso? Oppure credi che alcuni incontri siano belli proprio perché destinati a durare solo il tempo di un viaggio?

Nei pochi periodi in cui sono stata single durante i miei viaggi mi sono capitate alcune storie. Anche se non sembra sono una grande romantica e odio gli addii, quindi diciamo che nella maggior parte delle volte mi sono trovata a sognare che potessero continuare.  

Domanda scomoda: pensi che siano gli uomini a faticare a stare al passo con una donna così indipendente, oppure sei tu che, dopo aver imparato a bastarti, fai molta più fatica ad accontentarti?

Sono certa che non sia semplice stare vicino ad una donna molto indipendente. Io stessa al contrario se avessi un lavoro standard non vorrei un partner che facesse il mio lavoro.

C’è chi sostiene che chi viaggia continuamente stia sempre scappando da qualcosa. Tu cosa rispondi a questa affermazione?

Che probabilmente ha una parte ragione…

Se oggi dovessi ripartire da zero, senza blog, senza community e senza la notorietà che hai costruito negli anni, rifaresti esattamente la stessa scelta?

Probabilmente nel mondo di oggi dei social no, lo trovo molto inflazionato e con poca originalità. Sicuramente però lavorerei nel mondo del turismo, magari come giornalista per qualche magazine o testata di viaggi.

Immagina di poter parlare alla Diana di dieci anni fa, quella che stava per partire da sola. Qual è l’unica frase che le diresti?

Più che dieci sono 25 anni fa… ad ogni modo le direi: “Tesoro mio, hai davanti una vita bellissima, non avere mai paura di fare quello che ti senti nel cuore”.

E adesso una domanda in stile The Lost Stregatta: qual è quella piccola abitudine, quel rituale o quell’oggetto che non manca mai nella tua valigia e che, in qualche modo, racconta chi sei più di mille fotografie?

Credo un piccolo specchietto da viaggio rosa…anche in viaggio amo sentirmi sempre in ordine.

Per concludere: cosa significa oggi, per Diana Bancale, sentirsi davvero “a casa”?

La verità è che non lo ho ancora scoperto. Mi sento a casa un po’ ovunque e allo stesso tempo da nessuna parte. Ma questa è diventata la mia comfort zone. Appena mi sento troppo a casa, avverto il bisogno di ripartire.

Cosa succede quando una sceneggiatrice, regista, professionista della comunicazione e viaggiatrice decide di raccontare il lato più oscuro dell’animo umano?

Nasce “Il creatore di alibi”, il romanzo d’esordio di Sara Croci, pubblicato da Minerva Edizioni, un thriller psicologico che accompagna il lettore in un territorio scomodo e affascinante, dove il confine tra vittima e carnefice si fa sempre più sottile e dove ogni personaggio è chiamato a confrontarsi con le proprie fragilità, i propri segreti e i propri alibi. Come racconta l’autrice, l’alibi diventa infatti una metafora della lotta interiore che accomuna tutti i protagonisti, impegnati a comprendere se stessi e le proprie contraddizioni.

Sara Croci e “Il creatore di alibi”, il thriller psicologico che esplora la zona grigia tra bene e maleSara Croci e “Il creatore di alibi”

Dietro questo romanzo c’è un percorso professionale costruito tra cinema, scrittura, comunicazione e viaggi, esperienze apparentemente diverse ma unite da un elemento comune: il bisogno di raccontare storie e osservare il mondo da prospettive differenti. Per Sara Croci, infatti, il viaggio rappresenta un continuo confronto con ciò che è diverso e una fonte inesauribile di ispirazione narrativa.

In questa intervista abbiamo parlato del suo debutto nella narrativa, del fascino ambiguo del true crime, della costruzione psicologica dei personaggi, del rapporto tra trauma e identità e di quella zona grigia che spesso preferiamo ignorare, ma che la letteratura ha il coraggio di esplorare. Perché forse la domanda più interessante non è chi siano i colpevoli, ma quanti alibi costruiamo ogni giorno per spiegare noi stessi e gli altri.


Il tuo percorso professionale è ricco di esperienze diverse: comunicazione, cinema, regia, sceneggiatura, viaggi e ora un romanzo. Se dovessi individuare il filo rosso che unisce tutte queste passioni, quale sarebbe?

Credo che il filo rosso sia sempre stato il bisogno di raccontare. Cambia il mezzo, ma non cambia la curiosità di conoscere, ascoltare e trasformare quello che vivo in storie.

Hai vissuto in città molto diverse tra loro, da Milano a New York, passando per Bologna e Poggiridenti. Quanto i luoghi che hai abitato hanno influenzato il tuo modo di osservare le persone e, di conseguenza, di scrivere?

Vivere in luoghi così diversi ha sicuramente ampliato il mio modo di vedere il mondo, mi ha permesso di conoscere dinamiche sociali molto diverse e di osservare la realtà da punti di vista distinti. Penso che questa apertura abbia inevitabilmente influenzato anche il mio modo di scrivere.

Sei conosciuta anche nel mondo dei viaggi e fai parte della community delle Travel Blogger Italiane. C’è qualcosa che il viaggio ti ha insegnato sulla natura umana che nessun libro o corso universitario avrebbe potuto trasmetterti?

Sicuramente il viaggio mi ha insegnato a confrontarmi con ciò che è diverso da me. Più che chiudersi nel proprio mondo, penso che uno scrittore debba avere la curiosità di attraversarne molti, perché è da questo confronto che possono nascere idee.

Dopo anni dedicati alla comunicazione, al cinema e alla scrittura per il web, hai deciso di debuttare nella narrativa con “Il creatore di alibi”, pubblicato da Minerva Edizioni. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che questa storia non poteva più restare soltanto un’idea?

Sì e ricordo bene quel momento. Avevo condiviso l’idea con un mio professore, senza sapere ancora se potesse diventare qualcosa di più e lui ci ha visto del potenziale per un romanzo. A quel punto, ho iniziato a vedere quell’idea non più come un semplice spunto, ma come una storia che meritava di essere sviluppata.

Sara Croci e “Il creatore di alibi”, il thriller psicologico che esplora la zona grigia tra bene e malePerché hai scelto proprio l’editoria? In un periodo in cui molti autori preferiscono autopubblicarsi o raccontare storie attraverso podcast, serie o social, cosa ti ha convinta che un romanzo fosse il mezzo giusto?

Avevo valutato anche l’autopubblicazione, ma quando la casa editrice Minerva ha mostrato interesse per il progetto, ho pensato che fosse la strada giusta per me. Credo molto nel confronto e nel lavoro di squadra. Affidarmi a una casa editrice seria mi ha permesso di avere accanto professionisti con competenze diverse dalle mie e di affrontare questo percorso con maggiore consapevolezza.

Il titolo, Il creatore di alibi, incuriosisce immediatamente. Gli alibi servono a nascondere la verità, ma spesso raccontano molto anche di chi li costruisce. Cosa rappresenta davvero Edoardo?

Il “creatore di alibi” rappresenta la professione segreta di Edoardo, ma ha anche un significato più profondo.  L’alibi diventa una metafora della lotta interiore che attraversano tutti i personaggi, soprattutto Edoardo. Ognuno di loro è alla ricerca di un alibi, di un modo per comprendersi e fare i conti con le proprie pulsioni, fragilità e segreti.

Il protagonista conduce una doppia vita: di giorno lavora in un esclusivo club, di notte crea alibi perfetti. Da dove nasce questo personaggio? Ti sei ispirata a qualcuno che hai conosciuto o è il risultato della tua immaginazione? 

Diciamo che nasce da un insieme di persone ed esperienze che ho incontrato nel corso della mia vita. Collaborando con avvocati penalisti, spesso mi capita di entrare in contatto con storie molto forti, che alimentano il mio immaginario.

Nel romanzo il confine tra vittima e carnefice diventa sempre più sottile. È una scelta narrativa oppure pensi davvero che nella vita reale il bene e il male siano molto meno netti di quanto ci piaccia credere?

Potendo osservare storie reali da vicino, sono convinta che il confine tra il bene e il male sia molto più sfumato di quanto ci piaccia pensare ed è proprio questa zona grigia che mi interessava esplorare nel romanzo. C’è un passaggio di Amanda nel libro che rispecchia pienamente il mio punto di vista: “Non voglio deresponsabilizzarli. Ci sono un mucchio di persone che hanno avuto un’infanzia di merda, ma non hanno ucciso nessuno e conducono una vita normale, però penso che sia troppo facile definirli mostri, perché permette di creare una distanza tra noi e loro. Se è un mostro, non c’è niente di umano in lui, non è simile a me. Invece è umano, è come noi e anche noi, se portati al limite, magari avremmo scelto in modo sbagliato. Quindi sì, è una scelta, ma sarebbe stupido non domandarsi che cosa si sarebbe potuto fare per evitare che una persona arrivasse a prendere quella decisione. La famiglia lo ha amato abbastanza? La scuola gli ha dato gli strumenti di cui aveva bisogno? I coetanei hanno influito sulla sua rabbia, attraverso il bullismo? Lo stato gli ha offerto un’adeguata assistenza psicologica?”

Amanda entra nella vita di Edoardo attraverso un podcast crime. Come mai hai scelto proprio un podcast come elemento centrale della storia? È una riflessione sul nostro modo contemporaneo di consumare le storie o c’è un significato più profondo?

Il podcast nasce innanzitutto dalla mia volontà di rendere la storia transmediale, un po’ come il mio percorso, che attraversa linguaggi diversi. Inoltre, mi ha permesso di creare un duplice livello narrativo, che unisce le vicende dei protagonisti, all’analisi di crimini reali, che fungono da specchio alla storia.

Oggi il true crime è ovunque: podcast, documentari, serie TV. Secondo te stiamo cercando di capire il male o stiamo semplicemente imparando a intrattenerci con esso?

Non penso ci sia una risposta netta. Dipende molto dagli occhi di chi guarda e dall’uso che si fa di questi strumenti.  Personalmente sono convinta che il true crime possa essere utile per riflettere sul male, sui meccanismi che lo generano, ma può anche diventare qualcosa di improprio. I processi sommari che vengono fatti sui social network intorno alle vicende di cronaca nera ne sono la prova. Ma questa morbosità c’è sempre stata, anche prima del true crime e dei media digitali. Basti pensare alla folla che nel 1989 si radunò fuori dal carcere per l’esecuzione di Ted Bundy: persone che cantavano, bevevano e festeggiavano la morte di un uomo. Un uomo che aveva commesso crimini efferati, ma pur sempre un essere umano. Quanto è diverso il desiderio di assistere e godere della morte di qualcuno, dalla mentalità di un serial killer?

Nei tuoi personaggi emergono traumi, silenzi familiari e fragilità emotive. Quanto tempo hai dedicato alla costruzione del loro profilo psicologico? Hai lavorato più da sceneggiatrice o da romanziera?

Per me, creare personaggi che non siano superficiali è una delle parti più importanti della scrittura. La profondità psicologica li rende credibili. Per questo, prima di iniziare a scrivere, che si tratti di una sceneggiatura o di un romanzo, preparo sempre delle vere e proprie schede dei personaggi, in cui ricostruisco la loro intera vita, le esperienze che li hanno formati e tutto ciò che li porta a comportarsi in un determinato modo all’interno della storia.

C’è un personaggio che hai fatto più fatica a scrivere perché ti metteva davanti a qualcosa di tuo?

Amanda, sicuramente. Rispetto a Edoardo, che ha una personalità più prorompente e una psicologia che emerge in modo evidente, Amanda è un personaggio più sfumato e le sue fragilità emergono poco alla volta, spesso nascondendosi tra le righe. La sua empatia, una delle sue più grandi qualità si trasforma in condanna e in questo mi riconosco profondamente.

Ogni autore, anche inconsapevolmente, lascia tracce autobiografiche nelle proprie opere. Nel tuo romanzo esiste una scena, un dialogo o un’emozione che appartiene realmente a Sara Croci?

C’è sempre qualcosa di mio nei personaggi che scrivo. A Edoardo, per esempio ho prestato la mia fobia delle vene. Però, è in Amanda che ho lasciato emergere una parte più personale. Ci sono alcuni passaggi che la riguardano che faccio un po’ fatica a rileggere.

Hai mai avuto paura che qualcuno potesse riconoscersi nei tuoi personaggi?

Si, perché i miei personaggi sono costruiti mettendo insieme esperienze e caratteristiche di persone che ho incontrato, ma nessuno di loro è riconducibile a una persona precisa, sono sempre il risultato di elementi diversi che ho rielaborato attraverso la fantasia. Più che avere paura, quindi, ho sempre cercato di creare personaggi credibili senza trasformarli nel ritratto di qualcuno.

Scrivere di traumi significa inevitabilmente entrarci dentro. Ti è mai capitato di interrompere la scrittura perché una scena era emotivamente troppo difficile da affrontare?

Si, soprattutto quando scrivo scene che toccano vissuti che sento particolarmente vicini.

C’è stato un momento in cui hai provato empatia per Edoardo, anche quando il lettore probabilmente avrebbe dovuto condannarlo?

Ho provato spesso empatia per Edoardo, soprattutto nel cercare di capire cosa lo abbia portato a diventare quello che è.

Hai scritto e diretto cortometraggi. Quando lavori a un romanzo, continui a “vedere” le scene come se fossero girate da una macchina da presa?

Moltissimo e mi fa particolarmente piacere aver ricevuto diversi feedback da parte di lettori che dicono di aver avuto la sensazione di vedere la storia scorrere davanti agli occhi mentre leggevano.

Se un produttore ti proponesse oggi di trasformare Il creatore di alibi in una serie TV, quale sarebbe la prima cosa che pretenderesti di non modificare?

Come tutti gli scrittori, sono molto gelosa di quello che scrivo. Però, durante il percorso in Accademia, ho imparato quanto sia importante il confronto. Lavorare con altre persone e guardare la storia da altri punti di vista può farla funzionare meglio. Sicuramente, non vorrei che la dinamica sentimentale venisse romanticizzata troppo e vorrei che restassero le contraddizioni e gli aspetti più scomodi dei protagonisti.

Ti occupi di viaggi da molti anni. Viaggiare significa spesso raccontare il mondo. Scrivere un thriller psicologico, invece, significa raccontare ciò che abbiamo dentro. Quale delle due cose ti mette più a nudo?

Viaggiando racconto quello che vedo e che vivo. Scrivere una storia, anche se di fantasia, è una cosa molto più intima. Allo stesso tempo, però, le due cose sono strettamente legate, perché il viaggio alimenta ciò che poi racconto.

Da lettrice, quale autore o autrice ti ha insegnato che una storia può anche disturbare il lettore senza necessariamente offrirgli una risposta?

Angelica di Arthur Phillips mi ha insegnato che non è necessario offrire una verità definitiva al lettore. Phillips racconta gli stessi eventi attraverso quattro punti di vista differenti. Cambiando narratore, cambia completamente la percezione di ciò che è accaduto ed è proprio questo che trovo disturbante ma affascinante. Il libro affronta temi come la maternità, la paura, la colpa e la sessualità, senza mai consegnarci una risposta rassicurante. Non ci dice chi ha ragione o quale sia la verità da accettare, ma ci costringe a convivere con l’incertezza. A volte, una storia è più potente quando non ci dice quale sia la verità, ma ci obbliga a chiederci se una verità assoluta esista davvero.

Una domanda un po’ scomoda. Nel libro parli di persone che costruiscono alibi per sopravvivere alle proprie ferite. Pensi che, in fondo, tutti noi ci raccontiamo una versione leggermente romanzata della nostra vita?

Penso che noi siamo il frutto di quello che abbiamo vissuto e tendiamo a dare al nostro passato la responsabilità di quello che siamo oggi: le nostre paure, le insicurezze, i difetti e credo che, in una certa misura, sia giusto così. Però, il lavoro più grande che possiamo fare su noi stessi è non lasciare che il passato ci autodetermini, conoscerci e migliorarci.

Hai mai costruito un alibi emotivo? Non necessariamente una bugia, ma una giustificazione per evitare di affrontare qualcosa che faceva male.

Sì, è un meccanismo di difesa che mettiamo in atto tutti suppongo. Secondo la mia esperienza, la terapia è il percorso migliore per andare oltre questi schemi.

Se dovessi togliere tutte le maschere ai tuoi personaggi, quale pensi che sarebbe la loro paura più grande? E qual è, invece, quella di Sara Croci?

La paura più grande dei miei personaggi sarebbe dover fare i conti con loro stessi e con il loro bisogno di essere amati. La mia è perdere le persone che amo. In fondo, sono due paure che si incontrano.

C’è una domanda che speravi ti venisse fatta durante il tour di presentazione del libro e che, invece, nessuno ti ha ancora rivolto ? 

Mi sarebbe piaciuto approfondire l’uso del colore all’interno del romanzo, in particolare della contrapposizione tra il rosso e il blu. Sono due colori che ritornano nella storia e rappresentano due dimensioni opposte, in continua lotta nei protagonisti: il rosso rappresenta la passione e il potere, ma anche il pericolo e l’aggressività, mentre il blu la norma e la razionalità.

Dopo aver letto Il creatore di alibi, quale dubbio o quale domanda vorresti che rimanesse nella mente dei lettori una volta chiuso il libro? 

Mi piacerebbe che restassero più domande che risposte. Vorrei che il lettore si interrogasse sul concetto di responsabilità, sull’influenza del contesto in cui cresciamo e sul bisogno umano di trovare alibi per spiegare noi stessi e gli altri. Se il libro continua a lavorare nella mente del lettore anche dopo la fine, allora ha raggiunto il suo obbiettivo.

Sara Croci e “Il creatore di alibi”, il thriller psicologico che esplora la zona grigia tra bene e male

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